> Questo è il capitolo iniziale provvisorio di un romanzo in corso d'opera. L'ambientazione è ancora in fase di valutazione e l'intera stesura sarà probabilmente soggetta a una riscrittura completa.

L’aria, sulla Stazione Roulettenburg, sa di rame bagnato e di ozono stantio. È un sapore metallico che ti resta in gola, come se avessi tenuto una moneta in bocca per tre cicli standard. Probabilmente sono i filtri atmosferici, mai cambiati da mesi, o forse è l'odore di quelli come noi. Cerco di non respirarla. Così come ignoro le minacce che volano sopra la mia testa.
La mia attenzione è tutta per il ronzio del servo-motore numero quattro, il supporto del ginocchio destro del Generale. È un _whirr_ irregolare, asmatico. «Un altro minuto» mormoro.
Sono in ginocchio sul tappeto sintetico dell’ufficio di Zhang. Ha il colore del muschio finto ed emana un forte odore di disinfettante al limone. Un tentativo chimico patetico. Cerco invano di coprire l'altro odore, quello acre e dolciastro. Mi investe ogni volta che il Generale si muove: metallo surriscaldato e vecchiaia. Davanti ai miei occhi, la gamba destra del Generale Della Rovere trema. L’attuatore idraulico è vecchio di vent’anni e vibra contro il pavimento. Scarica la tensione nervosa del proprietario nelle assi.
«La situazione è... complessa, Zhang. Devi capire». La voce del Generale arriva ovattata da lassù, incrinata da una risonanza metallica, sintomo dell'usura delle corde vocali sintetiche.
Stringo la vite di calibrazione con il mio multi-tool. Dalla giuntura del ginocchio cola una goccia densa, nera. Olio lubrificante misto a condensa biologica. Cade sul tappeto immacolato, a pochi centimetri dalle mie dita sporche di grasso. _Plip._ Il Generale sta perdendo pezzi. Un Della Rovere che piscia olio sul pavimento del suo creditore. Se c’è una metafora per la nostra situazione, è questa chiazza scura che si allarga sul verde sintetico, impossibile da pulire.
«La complessità è un lusso che il Banco non concede, Generale» risponde Zhang.
Alzo lo sguardo, ancora accucciato. Dietro la scrivania di mogano olografico siede solo il _render_ di Zhang. Questa angolazione bassa tradisce quello che gli altri ignorano. Il bordo del suo colletto sfarfalla ogni volta che l'algoritmo di compressione deve ricalcolare le ombre. 50 hertz. Una proiezione di classe business, ma pur sempre una proiezione. Zhang non è nemmeno qui. Probabilmente è in vasca di deprivazione sensoriale al livello attico, oppure è morto tre anni fa e stiamo parlando con una subroutine finanziaria lasciata in loop.
«Ho finito». Mi rialzo e pulisco il multi-tool sui pantaloni della mia tuta da tecnico. «Ho bypassato il limitatore di pressione. Regge, ma scalderà parecchio. Se sente puzza di bruciato, cerchi di non urlare».
Il Generale Della Rovere non mi ringrazia. Si raddrizza sulla sedia con uno scatto secco. Si passa una mano sulla giacca per stirare una piega inesistente, ma il tremito delle dita fa tintinnare le medaglie contro i bottoni di plastica. Faccio due passi indietro e mi ritiro nell'ombra alle sue spalle, la posizione riservata ai servitori e ai tecnici.
Zhang sposta i suoi occhi — due sfere di onice senza capillari — su di me. Punta lo sguardo oltre le spalle del Generale. «E il tecnico?» chiede l'ologramma. La voce esce da un sistema surround nascosto nelle pareti. Ci avvolge. «Fa parte della garanzia?».
«Lui è Ivani». Il Generale si tampona la fronte con un fazzoletto fradicio. «Il mio... specialista privato».
«Specialista privato?» ripete Zhang. L'avatar inclina la testa e un flusso di dati binari scorre rapido nelle sue pupille artificiali. Le illumina dall'interno. Il sorriso si allarga, scoprendo denti di una ceramica troppo bianca. Le palbebre non sbattono. I suoi algoritmi hanno smesso di simulare i movimenti oculari umani. Ora mi sta puntando. «Generale, lei ha un senso dell'umorismo delizioso. Questo è Alessandro Ivani. Matricola 89-B del settore Manutenzione Infrastrutture».
Zhang fa un gesto e il mio file personale appare a mezz'aria: ore di servizio, richiami disciplinari, log di accesso ai tunnel. «È uno dei miei dipendenti» conclude Zhang, con un tono divertito, simile a una notifica di sistema. «O meglio, è sul libro paga della Roulettenburg SpA. Il che, tecnicamente, lo rende mio».
Il Generale si volta verso di me, torcendo il collo con uno scricchiolio udibile. La pelle del viso è cinerea sotto le luci al neon «Lavori... per lui?».
«Lavoro per la Stazione, Generale». Fisso un punto sopra la sua testa per non incrociare il suo sguardo. «Riparo i guasti. Che sia la sua gamba o i generatori di Zhang, per me sono solo ingranaggi bloccati».
«Esatto» dice Zhang. «Ed è un Tecnico di Livello 4. Non solo cambia i pezzi, sa anche leggere i dati grezzi. Sa distinguere un'illusione ottica da una struttura portante».
Zhang mi osserva ancora. Per un millisecondo, il rendering del suo orecchio destro lagga. Si stacca dalla testa e fluttua nel vuoto. _Glitch._
Decido di riprendere il controllo della conversazione. «A proposito di guasti...» Indico un punto vuoto alla sinistra di Zhang. «Il suo proiettore ha bisogno di una ricalibratura. C'è un _packet loss_ del 3% sull'asse verticale. Ne sabota l'autorità, capo. La fa apparire meno minaccioso di quanto vorrebbe».
L'avatar di Zhang si congela per un frame, poi l'animazione riprende, più fluida. «Mi piaci, Ivani. Hai occhio per i dettagli strutturali. Peccato che il tuo cliente non abbia la stessa attenzione per l'aritmetica di base».
Una tazzina di porcellana bianca si materializza nella mano virtuale di Zhang. Lui la solleva. L'aroma mi raggiunge: gelsomino autentico. Tè vero, o almeno la sua simulazione olfattiva perfetta. «I miei algoritmi indicano che la probabilità di sblocco dei vostri asset terrestri è inferiore allo zero virgola tre per cento. Il debito, Generale, è una costante.»
Guardo la nuca del Generale. Da qui dietro l'architettura del suo fallimento è evidente: la tintura nera dei capelli cede vicino alla radice, rivelando una striscia di grigio sporco. Sulla sua spalla, la spallina dorata è sfilacciata. Un singolo filo d'oro pende libero. Vorrei allungare una mano e strapparlo via. Quel filo è l'unica cosa vera in questa stanza: una vita appesi a un passato che si sta scucendo.
«Ma mia madre...». Il Generale si sporge in avanti, premendo il petto contro il bordo della scrivania. «La Matriarca. Donna Isabella. I suoi parametri vitali sono critici. È questione di giorni. Una volta aperta la successione...»
«Scommettete sulla morte, adesso?». Zhang ride, un suono campionato in alta definizione, privo di respiro. «Generale, qui alla Roulettenburg scommettiamo sulla realtà quantistica. Scommettere sulla biologia è volgare. Le vecchie donne italiane hanno la tendenza a sopravvivere per dispetto».
Un impulso elettrico mi corre lungo la spina dorsale. _Dispetto._ La parola risuona nell'aria condizionata troppo fredda.
«Un prestito ponte» insiste il Generale. La voce gli si spezza, perdendo ogni impostazione marziale. Le sue mani cercano qualcosa da afferrare nell'aria davanti a sé. «Alex qui... ha calcolato un sistema. Un pattern nelle fluttuazioni della Ruota».
Zhang mi fissa. Ora sento il peso del suo sguardo, come se un laser di puntamento vi avesse agganciato la fronte. Ho smesso di essere lo scagnozzo del Generale. Ora sono il _suo_ tecnico che sta mentendo. «I registri parlano chiaro. Ivani conosce la macchina meglio di chiunque altro» dice Zhang, scandendo le sillabe. «Dica al Generale la verità. Esistono i pattern nel Sincrotrone?»
Il Generale si gira di nuovo sulla poltrona. Ha gli occhi sbarrati, le pupille dilatate che cercano le mie. Mi fossa come il cane guarda il padrone un attimo prima di essere abbattuto. Vuole che menta. Vuole la fiaba. «L'entropia non ha memoria» rispondo piatto. «Non ci sono pattern».
Le spalle di Della Rovere crollano. L'aria esce dai suoi polmoni in un sibilo lungo. L'uniforme si affloscia, diventa di colpo due taglie più grandi. Zhang si alza. La conversazione è finita. «Niente credito. Se volete giocare stasera, dovrete usare ciò che vi resta».
L'avatar cammina attraverso la scrivania fino alla grande parete olografica. Con un gesto, il muro svanisce. La parete diventa una vetrata panoramica affacciata sul vuoto siderale. Sotto di noi, sospesa nel nero e trenta metri più in basso, la Stazione Roulettenburg pulsa di luce al neon. E al centro, incassato nel pavimento come una cicatrice luminosa, c'è il Sincrotrone.
La Ruota di Schrödinger.
Un anello toroidale di trenta metri di diametro. Da qui ha le dimensioni di un giocattolo, ma so che i magneti superconduttori laggiù piegano lo spazio-tempo locale e deformano la luce intorno al nucleo. Il Generale fissa l'anello senza battere ciglio. I tremiti cessano di colpo. Si pietrifica in una rigidità cadaverica. Quello laggiù è il suo plotone d'esecuzione.
«Deve morire» sussurra il Generale, parlando alla vetrata. «Il vecchio mondo deve morire per forza. È l'unica variabile che manca all'equazione.»
Guardo fuori, oltre la sagoma tremolante di Zhang. Le stelle, viste da qui, sono fisse, gelide punte di spillo. Se avessi coraggio, prenderei la prima navetta cargo per le colonie minerarie. Ma poi penso a Polina. Penso alla sua ossessione per le rotte di contrabbando, alla sua caccia disperata di una falla nella rete di sorveglianza per scappare da qui. Cerca una via di fuga che forse non esiste. E so che stasera sarò di nuovo lì, al fianco del Generale, a guardare la Ruota girare. Spero che lui abbia torto. E prego di avere torto anch'io.