
Ho mancato la scadenza. Il mio tentativo di chiudere il racconto entro ieri non è andato esattamente a buon fine. È stato un disastro? Forse. È stato inutile? Assolutamente no.
Ho bisogno di fermarmi un attimo, fare un respiro profondo e capire dove mi sono incagliato.
### Alla ricerca della frequenza giusta
Scrivere narrativa, per me, è sempre stato un tentativo di sintonizzare una vecchia radio. C'è una parte del mio mondo interiore che vive mille vite parallele e preme per uscire. La scrittura — così come il disegno o il game design — è il modo in cui questa parte di me rivendica il suo diritto di esistere.
Ma l'espressione ha le sue regole. Come un muscolo, ha bisogno di esercizio per non atrofizzarsi. Negli ultimi due anni ho scritto molto, ma quasi sempre saggistica: articoli tecnici, riflessioni sul design, post strutturati. È una scrittura "funzionale", pulita, che mira a trasmettere informazioni. La narrativa è una bestia diversa. Richiede di scendere nello scantinato buio delle emozioni e vedere cosa si muove nell'ombra.
Avevo bisogno di uno shock al sistema. Avevo appena finito di leggere _Il Giocatore_ e avevo scoperto un dettaglio che non riuscivo a togliermi dalla testa: Dostoevskij lo aveva scritto in meno di un mese, sotto la pressione di debiti di gioco schiaccianti, dettandolo freneticamente alla giovane stenografa Anna Grigor'evna (che proprio grazie a quel mese di fuoco sarebbe diventata sua moglie). Mi sono detto: "Perché no?". Se lui l'aveva fatto nel 1866, potevo provarci anch'io. Mi sono dato una scadenza impossibile e un obiettivo preciso: **riscrivere quel classico in chiave Sci-Fi**.
### Roulette Russa a gravità zero

L'idea è arrivata subito, quasi con prepotenza: prendere il testo di Dostoevskij e trascinarlo di peso in un futuro remoto. Niente più casinò tedeschi dell'Ottocento, niente Roulettenburg. Il gioco d'azzardo si è evoluto.
**Il Setting** Siamo su **Roulettenburg Station**, una stazione spaziale ricavata da un asteroide nella Fascia Principale. Non si scommette denaro — concetto ormai obsoleto — ma _tempo_. La valuta è la vita stessa. Si gioca per guadagnare cicli di rigenerazione cellulare, per allontanare la morte di un altro giorno, di un altro anno. Chi perde, invecchia precocemente. Chi vince, vive in eterno.
**Il Protagonista** Il mio "Alexei" è Alex, un precettore indebitato fino al collo (letteralmente: gli restano pochi anni di vita biologica). Lavora per il "Generale", un uomo decaduto che ha perso tutto il suo credito vitale sperando nell'eredità di una zia che non ne vuole sapere di morire. Alex è lì per amore, o forse per ossessione, legato a Polina, la figliastra del Generale. Vorrebbe salvarla, vorrebbe riscattare il proprio onore, vorrebbe cambiare le sorti di una guerra fredda che si consuma tra i tavoli da gioco dell'asteroide.
Sulla carta, tutto funziona. La Matriarca (la "Nonna" di Dostoevskij) è diventata una nobile decrepita ma ricchissima, una delle poche caste elette ad aver accesso all'immortalità tecnologica, sopravvissuta a secoli di effetti collaterali. L'ambientazione è cupa, decadente, perfetta.
E allora, qual è il problema?
### La rivolta del protagonista passivo

Il problema è Alex. O meglio: il problema è che Alex è uno spettatore.
Ho scritto tre capitoli. Funzionano per spiegare il mondo (il _worldbuilding_ mi ha preso la mano, lo ammetto). Funzionano per introdurre la Matriarca, che entra in scena con la potenza di una supernova. Funzionano per Polina. Ma Alex? Alex guarda. Alex commenta. Alex subisce.
A ben guardare, è il difetto strutturale del romanzo originale di Dostoevskij: Alexei Ivanovic è una foglia al vento, trascinata dalle passioni altrui e dalla propria dipendenza. Ma in un romanzo psicologico dell'Ottocento, la passività è un tema. In un racconto di fantascienza contemporanea, è piombo nelle ali.
Sono giorni che provo a riscrivere l'incipit. Provo a fargli _fare_ delle cose. Provo a dargli una pistola, un piano segreto, una scelta attiva. Ma più cerco di renderlo proattivo, più lui si rifiuta di collaborare, restando ancorato alla sua natura di osservatore dolente.
Mi trovo di fronte a uno scoglio strutturale imprevisto. I primi tre capitoli sono ridondanti perché mancano di un motore interno: il desiderio del protagonista. Se Alex non vuole qualcosa con abbastanza forza da bruciare la pagina, la stazione spaziale rimane un bel fondale dipinto, e nulla più.
Ho mancato la scadenza, sì. Ma ho trovato un problema interessante. E come diceva qualcuno più saggio di me: scrivere non è risolvere il problema, è capire quale problema vale la pena affrontare.
Ora scusate, devo tornare sulla Roulettenburg Station. Ho un conto in sospeso con un precettore.