C’è questo gioco, tu prendi la terza frase dell’ultima canzone che hai sentito e ci improvvisi sopra qualcosa. Può essere un disegno, un’altra canzone, o anche una storia o uno scritto. L’importante è che ci dedichi un quarto d’ora. Non di più. Non di meno. È un esercizio interessante, ti costringe a concentrarti su qualcosa per un tempo definito. È lo stesso meccanismo dei temi scolastici. Il professore ti da un argomento, e tu per qualche ora lo devi sviscerare.

Lo ammetto ho sempre amato i temi scolastici: perché mi piace scrivere, perché mi divertivo a trovare punti di vista diversi, perché era un’occasione per mettermi in gioco. Poi sono cresciuto e ho scoperto che non è mica così semplice scrivere senza un argomento predefinito. Odiavo i temi liberi, li odio tuttora: in fin dei conti non ho mai pensato di avere qualcosa di interessante da dire.

Il mio vecchio capo, una volta, l’ha chiamata la Sindrome di Calimero. E lo so che non è una sua invenzione, è una definizione del vittimismo abbastanza diffusa. Il pulcino piccolo, nero, a cui ne capitano di tutti i colori. E che non fa altro che lamentarsi. Penso di avercela un po’, la sindrome di Calimero. Più o meno tutti ce l’abbiamo, questa sindrome. È così semplice lamentarsi, piangersi addosso e, tramite questo, ricevere tenerezza, compassione e – perché no? – anche qualche beneficio.

Ci sono due modi di affrontare la Sindrome di Calimero. Quando qualcuno viene da noi, a sfogarsi, a piangere, a confidarsi: possiamo ascoltare e confortare, oppure possiamo contrapporci e reagire. Non esiste un modo giusto, non ne esiste uno sbagliato. Ascoltare gli amici, ascoltare la persona amata, è giusto, e dare sostegno è importate. Ma nello stesso tempo è importante anche lo spronare, l’offrire soluzione pratiche, il cercare una via d’uscita a una situazione impossibile.

Sai qual è la mia difficoltà più grande? Calibrare le due cose. Tendo a esagerare, in un senso o nell’altro. Dimentico che, a volte, basta stare in silenzio. Dimentico che non si può sempre spronare, che a volte basta un abbraccio per fare stare qualcuno bene.


Risorse su “No Hope, No Love, No Glory”

Il titolo di questo pezzo è tratto dalla terza di riga di “Happy Ending” di Mika. Ovviamente quello che ho scritto non ha alcuna attinenza con la canzone, o con il suo senso. Sono semplicemente i pensieri scaturiti da quella frase. Magari della canzone in sé ne riparlo in un’altra occasione.

 

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