Logorroico Destino (Brandelli)

Ho letto, e riflettuto su molte questioni. Non ho trovato nessuna soluzione. Non ho risolto nessuna questione. Ma mi sono posto delle domande, e rispetto ad un tempo ho trovato il coraggio di guardare dentro di me. E, con una serenità, che immaginavo perduta per sempre, ho scavato.

Cosa sono io?

Strani-Anelli-Chi-Sono-Io

Qual è stato il filo d’Arianna dei miei pensieri? Un concetto, semplice e inestricabile: cosa sono io? E’ una domanda senza risposta, lo so. E’ una domanda da sempre oggetto di discussione. Quanti della nostra specie hanno affrontato l’enigma supremo, l’enigma del nostro essere? Molti, se non tutti. Ma nessuno, veramente, ha mai risolto il nodo. Nessuno.

Ho un quaderno, davvero, pieno di pensieri. Contraddittori, per lo più. Ci sono risposte che generano domande, in gioco di specchi alienante. Ed esaltante. Ci sono mille fattori, mille immagini, mille pensieri che contribuiscono alla creazione della coscienza. Io, Eleumus Samael, cosa sono? Sono un io che si auto-illude, un’intricata configurazione di simboli che muta in miraggio? Probabilmente sì, ma non solo.

Non so chi sono io. So che tutte le anime che ho incontrato nella mia vita vivono in me. Dentro il mio io più recondito porto un pezzettino di ognuno. Ho parlato con molte persone. Ho visto molte creature. Ho sentito, ascoltato, ammirato uomini grandi e uomini piccoli. E tutto loro, tutti voi, vivono dentro di me. Ribolle il mio io, ribolle di tutte le esperienze che ho fatto. Sono veramente, lo sento, frutto di questo mondo, figlio di questa specie. Sono la somma di tutto. E, sono Io. Non so come, non so perché io, come ognuno di voi, siamo unici. Siamo speciali nella nostra unicità.

Sono stupito. Sono affascinato: la mia anima compenetra l’anima di quelli che incontro. E la loro anima entra nella mia. E, assieme, ci arricchiamo, cresciamo. Creiamo noi stessi. Siamo noi stessi. Ognuno di noi è Io, un Io unico e magnifico. Ma un Io che non può esistere senza gli altri. Io non esisto senza di voi. Io esisto solamente, unicamente, perché altri esistono. In altri, in voi, mi rifletto. In altri, in voi, prendo coscienza di me.

Quale è il mio destino?

Strani-Anelli-Destino

Lo so, sono pensieri strani. Sono pensieri che non sono chiari nemmeno a me. Sono pensieri che forse è meglio non fare. E’ strano prendere coscienza di come nessuno di noi sia un’essere completo. Io per primo sono il frutto di un processo complesso, il risultato in divenire di scelte mie e altrui. Alla fine, da un certo punto di vista, è quasi liberante pensare di non essere altro che il risultato di un processo non pianificato. Siamo esseri che vengono ad esistere un poco alla volta, quasi per caso.

Come entra, in tutto questo, il destino? O la Divina Provvidenza? O quello che volete voi, tanto il concetto penso sia chiaro: ognuno di noi ha una strada da percorrere, un disegno da completare. Siamo degli assurdi figli del caos chiamati a compiere missioni incredibili. Perché? E com’è possibile?

Sempre più spesso mi guardo indietro e ripeso alla mia vita. Prima o poi dovrò sedermi ad un tavolo, e scrivere quello che ho visto, quello che ho fatto. E tentare di cavare un senso da quel strano romanzo che è stata, ed è tuttora, la mia vita.

Da un lato lo so, è un’illusione inutile, dannosa, pensare di essere di più di un grumo di carne e sangue destinato a divenire polvere. Ma, con tutto il mio essere, sono anche certo di non essere solamente carne e sangue. Non so se esista un destino. Nonostante questo per lungo tempo ho lottato contro di esso, ribellandomi e fuggendo. E, ogni volta, il destino mi ha agguantato. Non ha senso lottare contro il proprio essere. Non ha senso pensare di essere diversi da quello che si è. E, alla fine, non ha nemmeno senso interrogarsi troppo sul destino. Se la nostra strada, la mia strada, è tracciata non posso fare altro che percorrerla. Fino in fondo, sorridendo e amando la vita.

Destino, Fato, Disegno Divino non ha importanza il nome che diamo alle cose. Nel profondo del mio essere, nel fondo del mio Io, lo so: ognuno di noi è qui per compiere piccole grandi cose. Dobbiamo solo accettarlo. Dobbiamo solamente trovare il coraggio di essere noi stessi.

SuperGod + INRI (Doppia Recensione)

Probabilmente la stanchezza accompagnata dagli avvenimenti degli ultimi giorni gioca con il destino. O le coincidenze. Chiamalo come vuoi. Ma mentre fuori la pioggia sta lavando Milano la mia mente vaga. E segue le copertine degli ultimi due libri che ho letto. Letto? Divorato, tra domenica, ieri e oggi.

Giuro, non ero cosciente quando li ho presi. Li ho comprati domenica, in Stazione Centrale. Sì, nella vecchia nuova Stazione Centrale di Milano, quella costruita nel 1931 per sostituire quella del 1864. La Stazione Centrale trasformata in un centro commerciale. No, non chiedermi quali negozi ci sono: conosco solo la Feltrinelli – su 3 piani -, la farmacia e un bar dove ogni tanto prendo un caffè.

Ma non è di treni che voglio parlare, anche se la mia infanzia è legata, in maniera indissolubile alla vecchia gloriosa Lima e ai suoi modellini – e alla gigantesca locomotiva vedevo ogni mattina, andando alla vecchia scuola elementare del paese. No, non è di treni che voglio parlare. Ma di libri. Se mi lasci chiamare libro un romanzo di fantascienza e un fumetto edito dalle edizioni BD.

Sto divagando. La pioggia continua a bussare alla mia finestra, e culla la mia mente. E penso di quando è strano accorgersi solo dopo averli letti, solo dopo averli finiti, di come le copertine di questi due libri si somiglino. Il primo, I.N.R.I. di Michael Moorcock ha un bellissimo Cristo d’argento. Sofferente, straziante, evocativo. E, per una volta, Urania azzecca una copertina: rappresenta la storia contenuta nel libro. Evviva! Una storia strana, al limite con il blasfemo e sconfinante nella dolcezza.

Il secondo libro, il fumetto, è SuperGod di Warren Ellis e di Garrie Gastonny. E anche qui abbiamo un Cristo appeso in croce. Ma è un Cristo cupo, un Cristo Superman. Ed è un Cristo cattivo, con un cielo rosso alle spalle che non fa presagire nulla di buono. E la storia non è una storia buona. E’ una storia blasfema, cattiva, senza redenzione. Triste, forse troppo triste.

SuperGod

Strani-Anelli-SuperGod

INRI è del 1966, SuperGod del 2011: 45 anni separano queste due immaginazioni. Storie, fantasie, chiamiamole come vogliamo. Sono storie di fantascienza, sicuramente. Ma sono anche, e forse sopratutto, la storia di come noi creiamo i nostri dei, a nostro uso e consumo. Ma sopratutto a nostra immagine e somiglianza.

In SuperGod un’umanità mai pacificata si lancia in una corsa agli armamenti che supera ogni peggiore immaginazione. Ogni nazione, ogni potenza vuole creare la propria divinità, il proprio vitello d’oro in grado di garantire protezione e potenza. Ma gli dei, tutti gli dei, sono insondabili alla mente dell’uomo. E agiranno per un fine superiore, il loro fine superiore. Peccato che i loro scopi non prevedano noi, gli esseri umani.

Sicuramente è una visione cupa, razionalistica e tragica della religione. E’ una visione del mondo contemporaneo malinconica, e senza speranza. Non c’è nemmeno un futuro a cui aggrapparsi, né la possibilità, remota, di risolvere una situazione sfuggita completamente al controllo degli umani.

I.N.R.I.

Strani-Anelli-INRI

Diverso, invece, è la prospettiva offerta da Michael Moorcock. Siamo sempre di fronte alla creazione di Dio da parte dell’uomo, ma non per portare distruzione. No, assistiamo, seguendo le vicende narrate nel romanzo, alla nascita, alla vita e alla morte di Gesù di Nazareth. Ma non il Cristo narrato dai Vangeli. O, meglio, scopriamo che il Messia alla base dei Vangeli non è altri che un viaggiatore nel tempo. Karl Glogauer affronta un difficile viaggio nel passato per poter finalmente conoscere Gesù, e scoprire se la propria fede ha un senso.

San Tommaso? Sì, è un moderno San Tommaso, con la necessità di verificare, e sopratutto di incontrare il proprio Messia. Ma la realtà è diversa da quello che si immaginava: nel 28 d.C. Gesù, figlio di Maria e di Giuseppe è tutto fuorché il Figlio di Dio. Anzi. Sarà Karl stesso, trascinato dal bisogno di credere vero il Vangelo a dar vita alla predicazione, ai miracoli e alla crocifissione. E a sacrificare la propria vita per dare un senso a tutta la storia futura. Ma sopratutto alla propria esistenza.

45 anni

Strani-Anelli-Morgan-Freeman

Sono 45 gli anni che dividono questi due racconti. La storia, alla fine, è la stessa raccontata in due varianti. E’ triste, o per lo meno lo è per me, pensare come negli ultimi decenni sia cambiata la visione delle cose. Negli anni ’60 il Dio creato dall’uomo è un dio benigno, tutto sommato salvifico. Oggi, nel secondo decennio del 2000, gli dei dell’uomo sono… no, non malvagi. Sono divinità per cui l’uomo non ha senso. Come a rappresentare questa nostra povera umanità sballottata dagli eventi, dalle crisi, dalle guerre e dalle catastrofi naturali. Come se non ci fosse più motivo per aver fiducia nel futuro. Anzi, è quasi come se ci fosse la certezza di non avere più futuro, davanti a noi.

Non so, per carattere mio personale il mio preferito è il primo: credo fermamente che la nostra specie, che noi esseri umani abbiamo un grande futuro davanti. Sì, è un futuro tutto da conquistare, anche con fatica e con sudore. Ma abbiamo un futuro davanti. Sì.


Risorse su Dio (I.N.R.I. e SuperGod)

Blog: Cosa Sono e Perché

Ecco. Finito. Ho appena concluso la lettura – o forse dovrei chiamarlo studio? – di una ventina di pagine. Il tema? Il blog e la scrittura nella rete. L’autore, che poi è un’autrice: Chiara Rivella. Ed è giunta l’ora della mia sintesi, e del mio logorroico ripetere. Un po’ come facevo a scuola: inchiodavo mia madre in cucina a sentir parlare di rivoluzione francese, teoremi matematici e martoriare l’inglese e il francese. Posso chiedere scusa pubblicamente a tutta l’Inghilterra? Magari un’altra volta.

Quindi, di cosa parla quello che ho letto? Di tante cose interessanti, e di tante cose inutili. No, non inutili in senso assoluto: inutili per me, che sono tutto fuorché un’esperto. Anzi, da questa lettura mi aspettavo un’indicazione: lo fò o no lo fò il mio bel post personale?

La Storia Dei Blog

Strani-Anelli-La-Storia-dei-Blog

L’inizio è interessante, storicamente parlando. Ancor di più se uno prova ad usare Google Plus o Facebook e scopre che tutti i protagonisti della storia dei blog sono in questi social network. Fa comunque impressione scoprire che Dave Winer, il primo protoblogger con Scripting News, Jorn Barger, l’autore del primo blog della storia, e Peter Merholz, quello che ha detto we blog per primo, ecco, tutti questi tre sono qui, a portata di click. E, no, non ho dimenticato il primo blogger italiano, Antonio Cavedoni, con il suo Blogorroico del 2000.

Ma non è quello che mi interessava sapere. Anche se mi è interessato scoprirlo. Più che sulla nascita e sullo sviluppo dei blog è la parte successiva, appena accennata, che mi voglio soffermare. Capisco, forse sto commettendo un torto, spero non grave, mettendo l’attenzione su un aspetto marginale, tra tutti quelli che posso prendere. Ma è proprio l’aspetto che più mi ha fatto riflettere.

Prima di proseguire dico subito una cosa: i consigli su come scrivere, e anche le dritte per tenere un blog vanno bene. E sono proprio l’aspetto centrale di queste pagine. Ma, capitemi, io sono ben prima di quella fase. Cioè, lo voglio tenere un blog? E, sopratutto, lo posso conservare in vita?

Differenze Tra Blog e Social Network

Strani-Anelli-Differenze-tra-blog-e-social-network

Ok, basta logorrea e passiamo alle due cose che più mi hanno colpito. Che poi sono due confronti. Il primo tra blog e social network. Il secondo tra l’editoria su internet e quella tradizionale.

Partiamo da Blog e Social Network. Dai miei appunti posso trarre 4 punti di diversità importanti.

  1. i blog sono accessibili a tutti, mentre quello che pubblichiamo su Social Network no. Quindi, se il mio ego mi richiede una visibilità maggiore devo per forza cominciare a scrivere in uno spazio aperto, senza la protezione di mamma Google o di babbo Facebook.
  2. i blog sono strumenti d’informazione. Mentre i social network servono più per la trasmissione di stati d’animo, di sensazioni e di emozioni. Ma io non ho assolutamente l’intenzione di fare informazione: mica ne sono in grado. Ma, a volte, mi piace anche parlare di cose serie. Ok, lo so: internet, e il rapporto mediato da uno schermo non è il medium adatto ad un discorso serio. Non attraverso un Social Network, per lo meno.
  3. il blog è un compagno di vita. E i social network sono più dei flirt, una storia di passione importante, ma destinata a finire presto. E qui mi tocca pendolare verso i blog, nuovamente. O verso un diario personale. Che poi, alla fine, nel mio caso è una cosa simile: scrivo per mettere in chiaro i miei pensieri, e farlo in pubblico è un vincolo per… bé, farlo veramente.
  4. i blog possono essere di più ampio respiro, rispetto ad un social network. Bene, è proprio quello che mi serve. Non restare confinato allo spazio, alla fine ristretto, di un post. E magari poter mettere le immagini dove meglio mi pare e dove mi piace. Cosa che non sempre si può fare sui social network.

E Quelle Tra Blog Ed Editoria Tradizionale

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Il passo successivo è scontato, direi quasi ovvio. Ad un certo punto l’autrice sfiora un tema interessane, e sui cui non avevo, e non ho, ancora riflettuto a fondo. Cosa? I diversi modi con cui leggiamo un romanzo, un giornale e su internet.

  • Quando leggiamo un romanzo stiamo attenti ad ogni parola, ad ogni frase. Io, per lo meno mi immergo nella lettura e nulla, nemmeno la mia fermata della metropolitana, riesce a distogliermi. Mi faccio rapire, cullare dalle parole e trasportare in un mondo diverso. È, per certi aspetti, un’esperienza totalizzante.
  • Diversa è la lettura del quotidiano. Quello cartaceo, la mattina. È un rito, per me. È la mia preghiera mattutina, il mio entrare in contatto con il mondo reale. E non una fuga in un mondo incantato, ma la ricerca delle informazioni che mi servono, per lavoro o anche no. Sfoglio il giornale, il Corsera di solito, e cerco notizie. Divoro le notizie, non mi interessano le opinioni, voglio i fatti. E dopo aver saziato la mia fame, solo allora torno a cercare gli editoriali, per sentire un po’ che c’ha da dire la nostra intellighenzia, nella sua illusione di contare qualcosa.
  • La lettura su internet, infine, è una lettura ancora diversa. E’ un’azione frammentata, rapida, che scatta da un’argomento all’altro e che difficilmente si sofferma su qualcosa. E’ una lettura da party: si va da una portata all’altra, assaggiando spizzichi e bocconi. Ed è una lettura utile, sicuramente. Ma non è una lettura che mi soddisfa.

Anche la scrittura di un blog deve adattarsi a questo. Almeno stando alle indicazioni, più che sensate dell’autrice. Ma, onestamente, se devo scrivere per venire macinato, spezzettato, saltato e infine dimenticato… non so come dirlo. Forse è meglio riprendere in mano il mio vecchio caro diario, la mia vecchia stilografica e continuare a rovinare un quaderno.

Ma qui, in realtà, il discorso dovrebbe ampliarsi un pochetto. E dovrebbe divenire una riflessione, e un ragionamento, sul perché si scrive. O su chi sia il destinatario delle nostre parole. E, tanto per cambiare, torno punto e a capo.

Tranquilli, la finisco qui. Auguro una buona vita a chiunque sia arrivato alla fine di questa pagina. E anche agli altri, va là, che alla fine sono buono anch’io.

Il Problema del “Segui le Tue Passioni”

Segui sempre le tue passioni. Sì, certo, pare un buon consiglio. Se organizzi la tua vita attorno a quello che ami fare di certo avrai una vita meravigliosa. Per di più, in genere, ti piace fare quello che sai fare bene. Come può essere sbagliato questo consiglio?

Segui le tue passioni: il problema del tempo

Strani Anelli: Segui le Tue Passioni Ma Attento Al Tempo Che Passa

Beh, è sbagliato. Non in senso assoluto, per alcuni può anche funzionare. Ma non per tutti. E, sopratutto, per la maggior parte di noi è un pessimo consiglio. Non mi credi? Beh, guarda qua:

Segui le tue passioni
I gusti cambiano con l’età. E anche le passioni.

Ok, il grafico non è bellissimo. Però rappresenta bene il concetto: quello che ci piace adesso non è detto che ci piacerà tra 10, 20 o 30 anni. Cambiano i gusti, cambiano le opinioni, con il trascorrere del tempo cambiano anche le passioni. Giù, in fondo, trovi tutti i link alla ricerca originale, con i numerini per verificare tu stesso sta cosa. Oppure, se preferisci, pensa a cosa ti piaceva fare solo qualche anno fa, e a quello che ti piace fare oggi.

Ok, ma il lavoro?

Strani Anelli Non Esiste il Lavoro dei Tuoi Sogni

Ma non è solo questo il problema. Anzi, a voler ben vedere ci si può anche adattare a un lavoro che un po’ alla volta smette di appassionare. Il problema è che il lavoro dei propri sogni, quello che ci permette di seguire le nostre passioni, mica è detto che esista. O se anche esiste, perché dovremmo essere proprio noi a poterlo fare?

È una questione matematica. Approssimando i dati di una ricerca di qualche tempo, circa l’80% di noi ha una passione. O per lo meno ama fare qualcosa così tanto da sognare di farla diventare un lavoro. Il problema è che il 90% di queste “passioni” sono concentrate nella musica, nello sport e nell’arte. Ma solo il 5%, o meno, dei lavori sono in questi settori. L’amara verità è che solo pochi possono trasformare la propria passione in un lavoro. E non è detto che tocchi proprio a noi, anzi.

Se è così, e lo è, cosa ci resta da fare? Rassegnarci a un destino di frustrazioni e rimpianti? Assolutamente no. Però occorre fare un passo indietro.

La ricerca della felicità: riconoscere il lavoro dei propri sogni

Strani Anelli: La Ricerca della Felicità

Perché la questione del “segui le tue passioni” in realtà è un’altra. Noi tutti abbiamo in testa questa idea romantica: segui le tue passioni, se vuoi essere felice devi fare quello che ci piace. Falso! E per varie ragioni:

  • non sappiamo valutare bene quello che ci piacerebbe fare in futuro
  • la felicità – lavorativa – non è data dal trasformare una passione in un lavoro

Pare contro-intuitivo ma per essere felici ci serve un lavoro coinvolgente. Sì, ok, la passione è coinvolgente per definizione. All’inizio. Poi però le cose cambiano. Subentra la routine, e si finisce per far diventare tutto un’abitudine. E no, non è necessariamente una cosa negativa: siamo animali abitudinari, in fin dei conti.

Il problema è, semmai, fare un lavoro che ci coinvolga. E che ci possa appassionare non un anno, non due, ma per molto, molto tempo.

Il lavoro più bello del mondo

Strani Anelli Il Più Bel Lavoro del Mondo Ma quali caratteristiche deve avere un lavoro per essere coinvolgente? E, di conseguenza che genere di lavoro è un bel lavoro? Non esiste una risposta assoluta a questa domanda ma possiamo comunque provare a stilare una lista delle 5 caratteristiche di un buon lavoro:

  1. indipendenza: un buon lavoro ci permette di decidere come fare le varie operazioni. E magari permetterci anche di sperimentare nuove soluzioni.
  2. completezza: ovvero vedere come finisce il lavoro stesso. Cominciare un compito, e portarlo a termine, e ammirare il risultato è importante per essere contenti. E per dare un senso alla nostra fatica.
  3. varietà: fare sempre la stessa cosa, per ore e ore, ogni giorno, ecco, tutto questo è alienante. Un buon lavoro ti permette di variare, di fare varie cose, magari anche di imparare nuove mansioni.
  4. misurabile: capire se stiamo svolgendo bene il nostro compito, poter ricevere commenti positivi, e anche critiche negative: in questo modo possiamo crescere e migliorare. E, perché no, anche trovare il giusto apprezzamento dai colleghi, o dal capo.
  5. pagato: che pare una cosa scontata ma non lo è del tutto. Un buon lavoro ci permette di vivere, di costruire una famiglia, e di mantenerla. E, anche, di toglierci qualche sfizio.

Oltre a queste ci sono altre caratteristiche importanti, vero. Ma se troviamo queste caratteristiche possiamo provare un senso di soddisfazione professionale, possiamo crescere e maturare e, infine, possiamo eccellere. E appassionarci al nostro lavoro.


Risorse: