Luglio (Racconto)

Che strana giornata. Tutto il giorno in movimento. E un pomeriggio passato in ospedale accanto ad una persona a me cara operata d’urgenza ieri notte.
Erano dieci anni che non entravo nell’ospedale di Vicenza. Vuoi perché sono 10-15 anni che non vivo più in quelle zone. Vuoi perché tutte le volte che sono stato male ero fuori dall’Italia.

Comunque non è questo il punto: perché non costruiamo degli ospedali migliori. Per carità, il San Bortolo di Vicenza non è affatto male: pulito, preciso, efficiente. E profondamente Veneto: non c’è manco un medico o un infermiere che parli italiano. Ma è comunque un ospedale. Non so se qualcuno riesce a capire cosa intendo: trasuda morte, dolore, sofferenza. Forse non può essere altrimenti, Ma secondo me no.

Perché? Perché basterebbe colorare un attimo le pareti e le corsie. Un po’ di fiori (magari non solamente davanti alla madonnina in gesso presenza immancabile in ogni piano). Il massimo sarebbe anche un po’ di melodia in sottofondo. E poi curare l’arredamento.

Sì, lo so: rendere l’ospedale più accogliente costa, e di questi tempi non è che lo stato possa spendere più di tanto (a parte in armi, ministri e salvare un po’ di banche e grandi gruppi). Ma prima o poi, come specie dovremmo risolvere anche sta cosa: perché il posto in cui curiamo i nostri malati deve somigliare ad un lazzaretto?

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Poi, dopo l’ospedale non mi resta che il ritorno a Milano. E qui scopro un’altra assurdità del mondo in cui vivo. Mondo che condivido sempre meno. E che, talvolta mi fa scoppiare a ridere.

Sono seduto sul pavimento di una carrozza. E ho pagato il biglietto. Cioè, capitemi: ai tempi del liceo sui treni ci salivo senza biglietto, mi imbucavo nei bagni, mi facevo il viaggio in piedi. Ma non pagavo.

Ora ho pagato perché TrenItalia ha inventato questa nuova cosa. Se non ci sono posti nessun problema: possono salire tutti quelli che hanno pagato. Poi c…i loro. Il che vuol dire stare su una carrozza senza sedili, tenuta vuota solo per noi.

Che poi con noi intendo 15-20 tra ragazzi e ragazze. Con noi intendo giovani, che magari domani mattina devono essere al lavoro. Con noi intendo la web generation: fa un po’ ridere ma siamo quasi tutti con tablet o portatile in mano ad aggiornare lo stato di Facebook (ok, ok, io no: io uso Gplus), a chattare o a guardare un film.

Siamo giovani, e quindi ci adattiamo. E stiamo seduti sul pavimento, poggiati alle porte, con i controllori che addirittura ci controllano il biglietto. E non ci lamentiamo, non ci arrabbiamo. Anche se io un po’ arrabbiato lo sono. Ma come, hanno tolto la terza classe e inventato il viaggio sul pavimento?

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