La Erre (Racconto)

Mi ricordo la prima volta che ti ho visto. Ci siamo dati appuntamento ai tornelli della metro, dopo aver messaggiato per… quanto? Non molto, qualche settimana, forse un mese. Avevi un modo unico di scrivere. Le tue mail, le tue lettere, erano dense di avvenimenti. Vivaci. Vive. Soprattutto vive. E mi sono innamorato di te, grazie a quelle lettere. Mi sono innamorato di te in maniera profonda, in un modo che non credevo affatto possibile. È strano, ma è il modo migliore, penso, di innamorarsi. Ci sono mille e uno ragioni per innamorarsi. Ma amare alla follia perché la persona che ti scrive è wow, e innamorarsi senza averla mai vista, è qualcosa in grado di dare un senso a un’intera vita.

– Si chiama sinestesia.

Tu spieghi cosa vedi nella musica, io mi perdo nelle tue mani. Il cucchiaino gira, il caffè fuma.

– Giri nel senso sbagliato!

I tuoi occhi mi trafiggono.

– Cosa?
– Il caffè, lo giri nel senso sbagliato.
– Ma che dici?
– Il caffè va mescolato secondo il senso di rotazione della terra.
– Non ha senso, lo sai?

Si, lo so: è un discorso senza senso. Ma non deve avere senso: voglio solo parlarti, sentire la tua voce, perdermi nella tua voce.

– Non mi piace. Non ho una bella voce.
– E invece sì, è meravigliosa.
– No, e poi ho anche una brutta erre.
– Boh, a me non pare.
– Invece sì, è orribile.
– Allora non usarla.
– Cosa?
La erre.
– Ma sei scemo? La erre serve.
– No. Anzi, da adesso è vietato usare parole con la erre.

E tu, mattissima amore mio, da allora hai smesso di usare la erre. E io con te.

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