Bianco (Racconto)

– Che c’è amore?
– Nulla… a parte un capello bianco.

Lo trovo mentre mi faccio la barba. È lì, svetta in mezzo agli altri.

– Sto diventando vecchio, amore.
– Non dire sciocchezze. Vieni qui.

Mi guarda stesa con quel suo sorrisetto malizioso, un angolo della bocca leggermente aperto, gli occhi grandi e le braccia spalancate, pronte per abbracciarmi e accogliermi. Mi lascio accarezzare e coccolare. E lei accetta le mie carezze e i miei baci. Per un po’ non pensiamo più a nulla, solo a noi due, ai nostri corpi e al nostro amore.

– A che pensi amore?
– A nulla.
– Dai, che hai? Ancora questa storia dei capelli bianchi?

Dannazione, come cavolo fa a conoscermi così bene? La guardo, annuisco. Lei scoppia a ridere, e mi bacia.

– Vorrà dire che ti farò la tinta, scemo mio.
– La tinta?
– Sì, vuoi?

Le sue mani scivolano sul mio corpo, accarezzano i miei fianchi. I suoi denti mi mordicchiano il lobo dell’orecchio. Non mi accorgo nemmeno di aver risposto prima di ricominciare a far l’amore.

Strani Anelli: Bianco Abbraccio di Coppia

Apro gli occhi, l’altro lato del letto è vuoto. Iaia sta combinando qualcosa in cucina, la sento muoversi. Spotify trasmette la canzone del grazie.

– Ciao amore!

Sorride raggiante, sventolando un rotolo di carta stagnola.

– È ora della tinta!

Spalanco gli occhi.

– Scusa?
– La tinta. Eravamo d’accordo. Non ricordi?
– No!

Inutile resistere. Mi prende per mano e mi alza a forza dal letto. Incespico nelle ciabatte. Mi spinge in bagno, si mette i guanti in lattice e comincia a spennellare la mia testa. Mi gira, mi rigira, inclina la mia testa, la alza, la abbassa. Cerco di capirci qualcosa.

– Caffè…

Biascico.

– Non c’è tempo, dobbiamo farti i colpi di sole!

Posa il pennello.

– Abbiamo finito?

Spero.

– No, adesso serve la stagnola.
– Stagnola? Vuoi farmi al forno?
– Certo!

E mi avvolge la testa.

– Sicura che gli alieni non possano rubarmi le idee?
– Idiota.
– Grazie…
– È un idiota d’amore, amore.

Il suo bacio, improvviso e intenso, mi fa dimenticare per un attimo la stagnola.

Strani Anelli: bianco cappello di stagnola

– Fa caldo.
– Certo che fa caldo. Serve a quello la stagnola.
– Posso toglierla?
– No!

Finalmente, dopo un’eternità è l’ora di togliere il cappello di stagnola. Iaia mi prende per mano, mi porta davanti allo specchio.

– Vedi?
– Ma… sono biondo!?
– Già.

Scoppia a ridere. Poi mi abbraccia, mi stampa un bacio nella guancia e cinguetta

– E non hai più nessun capello bianco!
– E sono anche molto più bello!
– Beh, adesso non esagerare.
– Tu invece sei meravigliosa.

La avvicino a me e le sfioro le labbra con le mie. Con una mano comincio ad accarezzarle la schiena in cerca del gancetto del reggiseno. Sospira, mi bacia, la sua lingua gioca con la mia. Mi poggia le mani sul petto, accarezza lasciva e… mi allontana con uno spintone.

– Eh no, ruffiano! Adesso tocca a me.
– A te?
– A fare i colpi di sole. Dai aiutami.

… (continua)

La Fontana (Racconto)

 Te la ricordi questa piazza?
– Certo, come potrei dimenticarla?
– Sai, ha vinto un premio, qualche tempo fa.
– Sì, te l’ho detto io.
– Dannazione!

Ridi. Quando ridi mi innamoro di te.

Oddio, in realtà mi innamoro di te ogni istante: quando mi guardi, quando mi accarezzi, quando mi ascolti. E quando mi chiami disperata, in cerca di conforto e di qualcuno che ti ascolti.

– Bella la fontana, vero?

Sì, è bella. I suoi getti colorati, la musica di sottofondo. Quando la guardi, quella fontana, i tuoi occhi si illuminano. E, per un attimo, dimentichi tutto.

– Vieni.

Ti stringo la mano, e ti trascino.

– Che vuoi fare?
– Ballare.

Quando entriamo nella fontana fai delle smorfie meravigliose. Prima ti si arricciano le labbra, la fronte è corrugata. Quando metto la mano sul fianco mi guardi perplessa. Lanci un grido, una goccia ti ha colpito la spalla. Scoppio a ridere

– Ma sei scemo?
– Assolutamente sì!

Accenno un passo. Mi segui. Un’altro. Una piroetta. Non seguiamo la musica, seguiamo ognuno il battito del cuore dell’altro. Ridiamo. Il ritmo aumenta, balliamo qualcosa di tutto nostro. E ci fissiamo negli occhi.

Attorno a noi un’altra coppia entra nella fontana. E un’altra, e un’altra. Non te ne accorgi, sei persa nei miei occhi. E io mi perdo nei tuoi: azzurri. Radiosi. Finalmente felici.

La Erre (Racconto)

Mi ricordo la prima volta che ti ho visto. Ci siamo dati appuntamento ai tornelli della metro, dopo aver messaggiato per… quanto? Non molto, qualche settimana, forse un mese. Avevi un modo unico di scrivere. Le tue mail, le tue lettere, erano dense di avvenimenti. Vivaci. Vive. Soprattutto vive. E mi sono innamorato di te, grazie a quelle lettere. Mi sono innamorato di te in maniera profonda, in un modo che non credevo affatto possibile. È strano, ma è il modo migliore, penso, di innamorarsi. Ci sono mille e uno ragioni per innamorarsi. Ma amare alla follia perché la persona che ti scrive è wow, e innamorarsi senza averla mai vista, è qualcosa in grado di dare un senso a un’intera vita.

– Si chiama sinestesia.

Tu spieghi cosa vedi nella musica, io mi perdo nelle tue mani. Il cucchiaino gira, il caffè fuma.

– Giri nel senso sbagliato!

I tuoi occhi mi trafiggono.

– Cosa?
– Il caffè, lo giri nel senso sbagliato.
– Ma che dici?
– Il caffè va mescolato secondo il senso di rotazione della terra.
– Non ha senso, lo sai?

Si, lo so: è un discorso senza senso. Ma non deve avere senso: voglio solo parlarti, sentire la tua voce, perdermi nella tua voce.

– Non mi piace. Non ho una bella voce.
– E invece sì, è meravigliosa.
– No, e poi ho anche una brutta erre.
– Boh, a me non pare.
– Invece sì, è orribile.
– Allora non usarla.
– Cosa?
La erre.
– Ma sei scemo? La erre serve.
– No. Anzi, da adesso è vietato usare parole con la erre.

E tu, mattissima amore mio, da allora hai smesso di usare la erre. E io con te.

Lavorare Meno, Lavorare Meglio

Torni a casa la sera, soddisfatto: hai lavorato tanto, hai fatto tante cose, e non hai perso tempo. È bello provare questa sensazione, auto-compiacersi la sera, magari spaparanzato sul divano, o accoccolati alla propria dolce metà. Bello, vero?

Beh, mi dispiace rovinare il quadretto idilliaco ma non è detto che sia proprio così. Anzi, spesso corriamo il rischio di confondere la quantità di lavoro con il lavoro di qualità. Capita a chiunque. Capita sopratutto a chi fa un lavoro creativo. E se ci pensi bene questo genera un paradosso: il paradosso del lavoro.

Il Paradosso del Lavoro

Strani Anelli: il paradosso del lavoro

Il paradosso nasce dal diverso modo in cui guardiamo il lavoro fatto dagli altri e quello fatto da noi. In genere tendiamo a giudicare positivamente il lavoro fatto in base alla sua qualità e alla sua velocità. Presto e bene è l’ideale. Però, ecco, poi se il lavoro è fatto troppo presto cominciamo a pensare che non sia fatto bene. E che, magari costa anche troppo. E quindi diventa che presto è male.

Proviamo a spiegarlo in un altro modo. Prendiamo un fabbro, uno che ha appena cominciato questa professione. Siamo nel medioevo, così, giusto per gioco, e un cavaliere ti commissiona un’armatura. Non sei molto pratico, ci metti circa un mese a farla. La vendi a 500 scellini: un prezzo onesto, tutto sommato. Al cavaliere piace la tua armatura, parla di te alla corte, e un po’ alla volta ti ritrovi a farne altre. Con l’esperienza migliori, impari anche alcuni trucchi, e le tue armature sono sempre di qualità migliore. Non solo, ma diventi anche più veloce e adesso ci impieghi solo due settimane: sei diventato un ottimo fabbro. Però. Però c’è un problema, i cavalieri cominciano a lamentarsi: “una volta le facevi migliori, ci dedicavi più tempo, adesso pensi solo al denaro, costano troppo, fammi lo sconto, facciamo 250 scellini perché ci hai messo meno tempo.” Tu, fabbro, ti ritrovi nella situazione paradossale di fare un lavoro migliore ma di ricevere meno soldi perché sei troppo veloce. Paradossale, no?

Sì, vabbè, ma adesso mica siamo nel medioevo, dirai tu. Vero. Però il paradosso non cambia. Nel 2011 l’Harvard Businness Review ha pubblicato un articolo interessante. Due ricercatori, Ryan Buell e Michael Norton, hanno scoperto che la gente, che noi, preferiamo aspettare piuttosto che avere subito la risposta quando cerchiamo qualcosa. Il senso è questo: se un lavoro è fatto velocemente allora, pensiamo, è anche fatto male.

Lavorare Meno, Lavorare Meglio

Strani Anelli: lavorare meno, lavorare meglio

Tutto questo potrebbe essere solo argomento di chiacchiere e null’altro. Se non fosse che applichiamo a noi stessi la stesso metro di giudizio. Tendiamo a pensare che se facciamo troppo in fretta una cosa allora l’abbiamo fatta male. E siamo più appagati se abbiamo passato 10 ore a controllare mail, fare telefonate e sistemando carte piuttosto che dopo avere fatto 4 ore concentrate e aver passato il pomeriggio a passeggiare. Se siamo sfiniti, pensiamo, ci siamo guadagnati la pagnotta. Se al contrario abbiamo passato del tempo in relax non abbiamo poi prodotto granché.

Eppure qualsiasi scrittore, disegnatore, sviluppatore, concorda nel dire che due ore di lavoro intenso e concentrato rendono di più sia sul piano creativo che sul piano economico. Non solo, spesso da sessioni di lavoro profondamente creativo e proficuo si esce rigenerati, quasi esaltati e soddisfatti da quello che si è fatto. Se misuriamo i risultati dalla nostra stanchezza è certo che saremo tratti in inganno.

Prima le cose importanti

Strani Anelli: prima le cose importanti

Non è facile staccarsi da questa concezione. In fin dei conti siamo stati abituati fin da piccoli con la logica del “ti guadagnerai il pane con il sudore della fronte“. Genitori, educatori, insegnanti, tutti quanti ci martellano con l’etica del duro lavoro: molti compiti, molto allenamento, molte ore di scuola. E ancora, stai in ufficio molte ore, fatti vedere sempre impegnato, fai pesare le ore che passi davanti al PC. Siamo talmente concentrati a far tutto da dimenticarci quali sono le cose importanti da fare.

In fin dei conti quello che conta è il risultato, non se ci abbiamo messo 8 o 4 ore. Se hai finito il tuo lavoro, e lo hai fatto in maniera eccellente, un buon capo non dovrebbe opporsi se te ne vai a metà giornata. L’importante è un lavoro ben fatto, non le ore passate a fare quel lavoro, no?

Il caro vecchio consiglio, fai prima le cose importanti, può servire a ridurre il tempo necessario a fare il nostro lavoro, e a preservare le nostre energie creative e la nostra concentrazione. Se possibile, però, riduci drasticamente le ore dedicate al lavoro: in questo modo sei costretto a mettere più attenzione a quello che fai, e a farlo meglio in meno tempo.

Ma, sopratutto, ricorda che avere ogni minuto della giornata occupato non significa avere speso bene la giornata. E allo stesso modo essere esausti non è sinonimo di essere produttivi. O, per dirla in un altro modo, la strada della creatività e della realizzazione personale è meno faticosa di quello che pensi.


Risorse su “Lavorare Meno, Lavorare Meglio”